FIGLI

Come nettare d’amore che tutto illumina
Come succo di vita che tutto racchiude

Meraviglia irripetibile, unica e inebriante
Stravolgente malinconia del tempo
inarrestabile.

Questo siete figli miei:
Una vita che non vorresti morire mai
Un tenere in braccio che non vorresti finire mai

ANCORA UNA VOLTA

Canto l’aridità di questo mio tempo,
prosciugato come un seme appassito,
insensibile e senza vene.

Canto il me stesso assente,
e la giovinezza fuggita
sotto il peso dei sogni sopiti.

Canto la fatica della gioia
l’impotenza dell’abitudine
e il suono del poco.

Canto un tempo scomparso
dove tutto era fermento
e fremevo a ogni luna.

Canto l’amica dagli occhi tristi
e il profumo dolce
dei ricordi.

Canto l’abisso scuro
per trovare un canto
di luce.

Ancora una volta, ribelle e incosciente.
Ancora una volta, almeno.

Soli nell’universo

Quando entrai tra le note colorate, i tintinnii di bicchieri

E il vociare frusciante

 

Quando entrai distratto, in quel vorticoso locale, lucente contro il buio della sera

E il freddo della notte

 

Quando entrai, senza sapere che tu sconosciuta c’eri, anche tu distratta,

E in cerca di riparo e di oblio.

 

Così quello sgabello causale e il bicchiere pieno di parole, e un altro ancora

divennero il ponte tra le nostre anime assetate.

Divennero ruscello corrente e fresco.

 

Così, inebriati, ci sentivamo eletti

soli nell’universo, e tutto era per noi.

 

Così nudi, e veri, e grati di avere sangue fluido, caldo, e occhi per guardarci.

Narici per respirarci.

Orecchie per sussurrare.

Mani per sfiorarci.

 

Sparimmo quella sera, per rinascere di nuovo.

Trasfigurati per sempre.

Amanti per l’eternità.