A tutti gli inizi

“Il giorno cominciò con una luce sottile, quasi impercettibile, e l’aria…”
Rumore di carta, il classico rumore di carta accartocciata tra le mani e il lancio perfetto verso il cestino colmo di idee sospese, inchiostro blu e un po’ (un bel po’) di frustrazione.
Le 23.28 di un giovedì di settembre.
Lui, lo scrittore. La penna, la puttana. Il foglio, lo specchio lucido di infiniti inizi abbandonati. Quante persone desiderano cominciare qualcosa, qualsiasi cosa, e lasciano che questo desiderio affoghi tra la protettiva quotidianità, fino a soffocarlo così bene da renderlo talmente piccolo che possono soffiarlo via, lontano, lontano, lasciarlo sparire in qualche luogo sperduto del loro cervello…Quest’ultima operazione riusciva particolarmente male a Tomas , che aveva una specie di avversione innata ad abbandonare i sogni ed una grande capacità di lasciarli sospesi nel suo limbo personale. Non del tutto vivi, ma nemmeno morti, come se ogni tanto, giusto il necessario, facesse entrare un po’ di luce in quella parte della mente dove, di solito, si tengono ben chiuse tutte le finestre per non vedere nulla. Più nulla. Lasciare che i propri sogni vengano alla luce di tanto in tanto, è uno degli atti più masochisti e folli che un uomo possa fare: o li abbandoni, dimenticando tutte quelle decine di vite possibili, o ne scegli uno, due, forse addirittura tre…E getti fasci di luce pura: li rendi vivi. Ma ci vuole coraggio.
Tomas voleva fare lo scrittore, da piccolo in realtà desiderava essere un famoso industriale (come suo padre), poi scoprì la vela da adolescente, e allora sogni da skipper temerario nel mezzo degli oceani…Pensò anche di fare il musicista, il percussionista, poi hippy, avvocato, pittore, ambasciatore! Senza trascurare il giornalista, l’agricoltore e il presidente del consiglio. Certo non aveva mai desiderato essere un pilota, un astronauta o un ingegnere nucleare, ma non aveva le idee molto chiare comunque…
Nel corso della sua vita effettivamente coltivò alcuni desideri più di altri: leggeva e scriveva abitualmente, frequentava il quarto anno fuori corso della facoltà di scienze politiche, aiutava con scarso successo i genitori nella loro attività imprenditoriale (non troppo florida a dire il vero). Ma sentiva sempre un piccolo soffio dentro di sé e un giorno scrisse questa poesia temeraria, dalla quale comincia la nostra storia.

“Soffiano turbamenti, turbini mutevoli sconquassano le certezze, la calma si tramuta in tempesta sommessa, racchiuso dal fondo più lontano dell’animo riaffiora vorticoso e senza controllo il vento mai domo.
Danzare tra la forza del vento risorto o chiudere tutto, serrare ogni punto, ogni spiffero.
Fuggire lontano, più lontano…
Ma si può abbandonare se stessi? Si può scappare senza vele?
Il tuo vento non ti abbandona mai e un sibilo, seppur flebile, ti farà sempre sentire il suo soffio carico di desiderio.
Afferra il vento e spiega le vele, direzione orizzonte, verso il sole”

(chi ha vento che soffia comprende)

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